Come pensiamo

Gesù si schiera dalla parte dei deboli

Un servizio, qualsiasi gesto, che si compie verso i più piccoli e bisognosi, verso i poveri e gli infermi, è indirizzato alla persona stessa di Cristo. Perché proprio nella realtà di vita è tangibile, qui e ora, la presenza di Cristo, lampante agli occhi della fede in ogni uomo incontrato. Questa capacità della mistica di farcelo incrociare nella vita quotidiana fa innalzare lo spirito umano a vivere alla presenza di Dio ogni giorno, incontrandolo nelle strade delle nostre città nel volto di ogni uomo, soprattutto nei poveri, malati e più bisognosi.

31La persona che si inchina verso il malato incontra in lui Cristo Crocifisso, ma nello stesso momento il malato in colei che lo cura deve trovare il riflesso e il prolungamento dell’amore di Cristo Buon Samaritano. Per questo «siamo pronte ad assistere gli infermi, i feriti e i moribondi, anche con rischio della vita, sia che il pericolo provenga da malattia contagiosa come da qualsiasi altra calamità e sorrette dalla forza della carità non abbandoniamo il malato “pupilla e cuore di Dio”».[1]

[1] Disposizioni generali delle Figlie di San Camillo, Casa Generalizia, Grottaferrata 1989, n. 47.

Sr Edyta

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Prendersi cura della persona affetta da tossicodipendenza

Solo “prendendosi cura” del tossicodipendente con il carico della sua sofferenza, senza preclusioni, senza precomprensioni, senza precondizioni è possibile costruire una relazione di aiuto che sappia cogliere sul nascere una motivazioni iniziale, che sappia attendere i suoi tempi, che lo accompagni sempre anche quando opera scelte non condivisibili, senza mai desistere né rassegnarsi di fronte ai suoi cedimenti e ai suoi fallimenti.

E’ indispensabile un surplus di speranza e una disponibilità all’accoglienza e all’ascolto che la sola preparazione professionale non può dare, ma che può solo nascere da scelte di vita coerenti e chiare vissute sempre anche oltre l’orario di lavoro. Una fede autentica, fecondata da una ricerca permanente del Volto di Cristo nei poveri, nei perduti, in coloro che hanno il cuore smarrito, può aiutare grandemente a mantenere e accrescere queste dimensioni. E’ la passione per l’uomo che rende fecondo il sapere professionale e che aiuta a stare gratuitamente in una relazione spesso frustante.

21740628_10212843535982072_2857961452210904721_nOgni tossicodipendente ha la sua storia, una storia diversa dalle altre, ha il suo nome, la sua unicità spesso pericolosamente ricercata, ostinatamente perseguita contro tutti gli avvertimenti ricevuti, ha le sue potenzialità mai pienamente espresse, ha la memoria di esperienze positive di vita, di pezzi di bontà vissuti e tuttavia è segnato dalla contraddizione e dalla negatività.

E’ questa persona spezzata dentro, che deve essere accolta e riconosciuta senza essere scusata. Essa ha bisogno di essere ascoltata, senza permettere che si giustifichi, incoraggiata e seguita con richieste che stimolino le sue potenzialità e rispettino la sua dignità. Non ha bisogno di compassione, ma di compartecipazione, non ha bisogno di pietà, ma di condivisione, non ha bisogno di permissivismo, ma di relazioni calde ed esigenti, non ha bisogno che qualcuno si sostituisca agli impegni che può assolvere, ma di chi sa chiedere con decisione le responsabilità che è in grado di assumersi. Ha bisogno di essere considerata non un problema, ma una persona, non un caso da analizzare, ma un uomo da amare, non un individuo da indottrinare e condizionare, ma da valorizzare aiutandolo a scoprirsi nelle sue esigenze e nelle sue ricchezze.

Sr Shiny

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Scoprire la bellezza nella sofferenza

Problemi come le violenze fisiche e morali verso i bambini e verso qualsiasi persona senza distinzione non ci sono sconosciuti, anzi provocano in ogni uomo la domanda di un perché, la ricerca del vero senso del suo esistere. Possiamo chiederci: “quale è l’origine di tutto questo, che cosa ha spinto a ciò? È un fatto particolare, o le sue radici sono lontane? Quale bellezza salverà il mondo davanti a tutto questa realtà? Se Dio ha creato tutto buono, perché esiste il male?”

7e58113966c67085953dd45e2ed189c9_LPer poter rispondere alle domande precedenti, bisognerebbe domandarci prima di tutto, chi è l’uomo? Ma l’uomo di fronte alla domanda “chi è l’uomo?”, sperimenta una sorta di caos interiore, e se in tutti i tempi è stato così, nella nostra epoca la situazione è forse ancora più confusa. Perché? I motivi sono evidenti, esiste un marcato oblio nel nostro tempo di ciò che l’uomo è nella sua interiorità, intendendosi questa come il complesso che ha la sua origine, si sviluppa e termina in lui. Egli vive più intensamente tutto quello che è soddisfazione immediata, a sua volta fondata su idee, principi, ecc., che per la maggior parte non hanno nessun valore o la cui interpretazioni li fa arrivare al punto di non averlo più. Quando all’uomo d’oggi chiediamo di rientrare in se stesso, egli prova delle difficoltà, specialmente quando pretende di esprimere il suo significato essenziale scoprendo e riconoscendo la sua sempre minore capacità di comprendersi. Di qui si può intravedere una sicura conseguenza, quella che non comprendendosi, e molte volte non accettandosi così come è, egli non è più neppure capace di riconoscere i diritti dell’altro né di accettarlo, recando così grande offesa alla dignità umana in innumerevoli maniere. Il lavoro cerca di evidenziare o di scoprire la bellezza nella sofferenza in cui l’uomo d’oggi tenta di sbilanciare la propria esistenza appoggiando soltanto alle cose effimere senza scoprire ciò che è al di là della vita.

Sr Rosario

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Prendersi cura della persona in fase terminale della vita

Per ogni cosa e per ogni realtà non è possibile trovare una soluzione appoggiandosi solo sulle scoperte scientifiche. Virginia Henderson risalta l’affermazione che per offrire assistenza infermieristica, occorre riconoscere tutti i bisogni – inclusi quelli spirituali. Cicily Saunders nella sua teoria del nursing parla chiaro sul elemento spirituale nel discorsi circa un «dolore totale» dei pazienti in fine di vita. Dopo aver compresso l’importanza della spiritualità umana, lei propone modelli di cura spirituali adeguati, che a sua volta innervino tutte le altre dimensioni dell’uomo.[1]

La spiritualità è qualcosa che riguarda lo spirito e l’anima, ciò che uno sente nel più profondo del suo cuore che può esistere anche senza una fede particolare.  La spiritualità è una convinzione intima, questa convinzione è sempre legata alle altre dimensioni dell’uomo e trova la sua ragione nel suo modo di vivere e agire. Quando parliamo di spiritualità non intendiamo soltanto  ciò che spetta la fede o la religione, che purtroppo non fa parte della vita di tutte le persone, ma anche ciò che riguarda la spiritualità umana, intesa come l’insieme delle aspirazione, delle convinzioni e dei valori che uno in modo innato o avendole acquisito lungo il cammino vive e conserva nella vita quotidiana. Valori come il rispetto della verità, l’attitudine alla relazione, l’altruismo e il coraggio, la delicatezza nel tratto, la capacità di perdonare, il silenzio interiore, ecc.

5-1Quando la spiritualità umana con le sue profonde aspirazioni trova la sua sorgente in una fede unita a quella relazione con Dio, allora parliamo di una spiritualità religiosa. “Le convinzioni religiose che sono parte integrante di una cultura, possono influenzare la spiegazione che una persona dà alle cause della malattia, la percezione della sua gravità e la scelta del guaritore. In momenti difficili, come in caso di malattia grave o di morte imminente, la religione può costituire una fonte di consolazione per la persona e i suoi familiari e può influire sul corso di azioni ritenute appropriate”.[2] L’assistere ai bisogni della dimensione spirituale è responsabilità dell’intera equipe curante ed è radicata nella professionalità, tenendo ben presente che ogni operatore è un potenziale interlocutore per il malato che sceglie con chi trattare argomenti di grande importanza per lui”.[3]  Questo fatto ci insegna che da parte nostra abbiamo il dovere di: ascoltare il paziente – con un silenzio fecondo, osservare i suoi atteggiamenti – con un occhio induttivo e soddisfare i suoi bisogni – con un amore operoso.

Sr Sonia

[1] Miccinesi G., et al. Il sentiero di Cicely Saunders., Rivista Italiana di Cure Palliative 19.1 (2017), disponibile dal google…

[2] op. cit., disponibile in:http://www.area-c54.it/public/aspetti%20antropologici%20della%20cura%20della%20morte.pdf

[3] G. Catarina, et al, Infermieristica in cure palliative, Edra, Milano 2015, p. 213.

Crescere sempre nel mettere al centro la persona e il suo bisogno di salute

Il criterio che ispira e guida la Formazione nell’Ospedale San Camillo   è l’apprendimento organizzativo, in forza del quale un’organizzazione cresce, si sviluppa e si rinnova con la formazione continua dei propri professionisti, attraverso  I crediti ECM come opportunità  di tipo qualitativo e non tanto quantitativo. Il ruolo e la competenza del coordinatore nel sistema di formazione sono una leva strategica per la crescita del personale e non solo, ma anche per garantire la qualità delle prestazioni erogate. In tutte le organizzazioni sanitarie, il coordinatore è il primo mediatore, che orienta, gestisce, organizza e valuta tutti i bisogni del paziente, del personale e della struttura sanitaria.

Il servizio formazione dell’Ospedale S. Camillo di Trento, quale Provider provinciale ECM, ha messo a disposizione del personale locali attrezzati con dispositivi didattici, una biblioteca, la possibilità di accesso a intranet. In questi ultimi anni, l’Ufficio Formazione ha realizzato una notevole programmazione formativa, a partire dall’analisi delle proposte inoltrate da Dipartimenti, UU.OO. e Servizi aziendali. Sono stati usati strumenti più accreditabili come: intervista, questionari, audit e riunioni. Abbiamo considerato gli esiti della formazione degli anni precedenti, attuando la raccolta dei fabbisogni formativi in due metodi: uno formale, (riunioni) con l’attivo coinvolgimento dei Direttori e dei Coordinatori ai quali è stato affidato il compito di individuare i bisogni formativi specifici nelle proprie aree organizzative. un’altro Informale organizzando un report delle esigenze formative espresse dal personale dipendente tramite un questionario (Google Questionari). Da questi dati è emerso che andava maggiormente curata la fase di motivazione, c’è difficoltà infatti a cogliere pienamente il significato dell’iniziativa che si sta concretizzando. E’ sempre più opportuno che la formazione passi da una idea ristretta ad una visione più ampia e completa, perché è un  processo composto da diverse fasi tra loro strettamente correlate:

  • analisi del bisogno
  • definizione delle priorità
  • progettazione degli eventi
  • realizzazione degli eventi/progetti
  • valutazione di apprendimento
  • valutazione della ricaduta

In questo senso la formazione permanente come “processo” si realizza con una particolare attenzione al miglioramento continuo della qualità di cambiamento organizzativa e relazionale.  Tutte le attività di formazione e aggiornamento approvate nel Piano devono rispondere ai seguenti valori e principi: Coerenza, Equità, Economicità,  con particolare attenzione alla qualità dell’assistenza mettendo sempre al centro il benessere e la salute della persona, ci deve esserci anche la Correttezza metodologica. Per l’attuazione degli eventi formativi,  abbiamo usato metodologie didattiche cioè la formazione in aula – la formazione sul campo- partecipazione ad eventi esterni. In aula, con l’utilizzo del pensiero critico, cioè il role playing che costituisce un apprendimento di confronto e di pensieri. Sul campo attraverso esperienze dirette nei reparti e anche in aulac(corsi di front office, corsi sulla relazione). È stata data la possibilità al personale di accedere ai corsi esterni.

DSC_0034La valutazione dell’efficacia della formazione, è attuata in stretta collaborazione non solo con i coordinatori, ma anche con la Direzione Sanitaria ed Amministrativa che hanno la responsabilità di verificare, secondo le modalità identificate, il cambiamento che avviene in termini di comportamenti, le ricadute organizzative, la valutazione di ogni singolo evento. Attraverso report degli eventi svolti, l’Ufficio Formazione curerà un’analisi quantitativa e qualitativa dell’apprendimento e del gradimento dei singoli percorsi formativi. Alcuni degli strumenti quantitativi utilizzati, con relativo standard, sono:

  • % di personale coinvolto in attività formativa (> 75%)
  • % di eventi realizzati su quelli programmati (>50%)
  • % di personale coinvolto sul personale programmato (> 80%)

In conclusione

Questo studio mi ha dato la possibilità di capire che la valutazione, l’organizzazione e la formazione sono tre elementi capisaldi nel ruolo del coordinamento. La stessa organizzazione mondiale della sanità ribadisce che il terzo del tempo complessivo nell’attività assistenziale, deve essere dedicato all’analisi dei bisogni formativi. Oggi, il coordinatore deve essere consapevole che per un’assistenza di qualità, il ruolo della formazione è fondamentale, perché è il primo strumento strategico, che mantiene saperi e  competenze del personale e dà risposte agli attuali e insistenti bisogni sociali.

Sr Melanie Bonou Yehouenou

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Relazione di presa in carico e modello delle cure basato sulla relazione

L’ evoluzione di una società può essere giudicata dalla qualità di vita della sua popolazione, dall’equo stato di benessere distribuito al suo interno e dal livello di protezione garantito alle fasce di popolazione più vulnerabili e svantaggiate. Si desume che se si vogliono affrontare le vecchie e le nuove sfide per raggiungere obiettivi di salute, è necessario sviluppare un rapporto collaborativo e trasparente , andando ben oltre i tradizionali interventi di sanità e affrontando i fattori strutturali e le condizioni di vita, consci che il reale e stabile miglioramento della salute nella popolazione dipende soprattutto dalla comprensione delle cause e dalla modalità con cui si vuole affrontarle. Viene quindi ad essere ovvio considerare come nel patrimonio valoriale all’interno del “sistema salute” si stanno progressivamente affermando gli elementi tipici del paradigma disciplinare delle professioni infermieristiche: la centralità del cittadino, l’approccio olistico, l’approccio armonico, la continuità, il superamento della frammentazione a favore di una logica centrata sulla presa in carico della persona, arrivato ad una assistenza centrata sulle relazioni. La mission primaria dell’infermiere è il prendersi cura del cittadino che assiste, in una logica olistica ed armonica, considerando le sue relazioni sociali ed il contesto ambientale.

Il prendersi cura è agito attraverso la strutturazione di una relazione empatica e fiduciaria soprattutto quando il cittadino, che vive momenti difficile, diviene “più fragile” e perciò ancora più bisognoso di aiuto e sostegno. Impegnarsi per processi assistenziali di elevata qualità significa anche schierarsi per una società attenta ai bisogni dei cittadini. Ciò ci riguarda tutti ed assume particolare importanza alla luce dell’evoluzione dell’infermieristica in termini di cultura, profilo, progresso ed innovazione. Un obiettivo potrebbe essere caratterizzato dal tentativo di individuare, nell’ambito delle proposte sanitarie in essere, le caratteristiche degli interventi, identificando le resistenze e le opposizione al cambiamento, sarà quindi necessario pensare anche a nuove modalità organizzative a partire da una diversa impostazione dell’assistenza, che dovrà essere guidata dalla reale presa in carico del cittadino, ed il modello del primary nursing ha tutti i requisiti per rispondere a tale esigenza.

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I cambiamenti vanno attuati gradualmente poiché se è vero che motivano le persone che cercano il nuovo, mettono anche in difficoltà parte delle persone coinvolte ed inducono resistenza. Il cambiamento infatti richiede uno sforzo attivo per cambiare abitudini consolidate. Ogni cambiamento inoltre può essere visto come una minaccia ed i coordinatori ne devono tener conto. Nelle organizzazioni si vivono emozioni anche molto intense di gioia, entusiasmo, orgoglio, frustrazione e così via. L’assetto emozionale viene sconvolto dal cambiamento, con una componente di paura. Uno stratagemma per favorire il cambiamento è quello di risolvere prima problemi importanti con soluzioni semplici lasciando ad un secondo momento soluzioni più complesse in modo che si vadano rapidamente risultati parziali tenendo in questo modo alta la motivazione. Una buona pianificazione aiuta a superare la resistenza se accompagnata da una comunicazione efficace e un rapporto di fiducia a saldo positivo.

Viene quindi ad essere mandato prioritario del Coordinatore infermieristico gestire questo cambiamento, stimolando gli operatori a dare il meglio di se, motivandoli, e questo mio progetto, ha dato l’avvio ad un cambiamento significativo nel contesto della RSAO dell’Ospedale San Camillo affinché le condizioni organizzative pianificate ed iniziate ad attuare nel mio tirocinio portino ad una valorizzazione dei processi assistenziali, ad una maggior consapevolezza e competenza dei professionisti ma soprattutto ad una maggior qualità delle cure erogate, in ottica di personalizzazione ed umanizzazione. E’ stato sicuramente un impegno, ma grazie alla fiducia dei collaboratori e della dirigenza dell’Ospedale San Camillo sono riuscita a continuare il progetto apportando dei miglioramenti significativi all’interno del reparto. La maggior soddisfazione è stata nel veder un lento ma continuo cambiamento negli atteggiamenti di tutti gli operatori; infatti rispetto all’inizio della sperimentazione sono più attivi, interessati e si è formato un gruppo più coeso, ma soprattutto orientando in maniera significativa la loro assistenza alla centralità dei pazienti con interventi personalizzati.

Sr Noëlie Zoungrana

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Valutazione delle competenze

La valutazione delle competenze, che è uno dei ruoli più importante del coordinatore, ha per obiettivo migliorare la qualità dell’assistenza, motivare il personale, rilevare i loro bisogni formativi, valorizzare le loro potenzialità. La competenza è l’interazione delle conoscenze, delle capacità, delle abilità, delle esperienze per fare fronte ad una situazione organizzativa in un contesto dato. Quindi valutare le competenze del personale significa rilevare, analizzando le loro conoscenze sul processo del nursing, le loro capacità sulla presa in carico del paziente, sul problem solving, le loro capacità decisionali e gestionali e le loro capacità relazionali. Il coordinatore pertanto deve avere la conoscenza di se stesso (una intelligenza emotiva che le consenta di monitorare le proprie emozioni e di gestire i propri stati d’animo), una capacità di comunicazione che le permetta di mettersi in ascolto attivo sospendendo il giudizio e una conoscenza approfondita  el contesto lavorativo. Il coordinatore insieme al valutato individua un piano di sviluppo per il raggiungimento degli obiettivi attraverso l’autosviluppo in cui il valutato prende coscienza che le azioni per migliorare dipendono dal proprio impegno e dall’applicazione personale, dalla formazione per la quale si organizzano corsi specifici e un percorso di l’affiancamento, in cui il valutato  attraverso un’altra figura può accrescere le proprie conoscenze.

DSC_0024Per una valutazione efficace ci vuole un rapporto di confronto fra coordinatore e collaboratore basato sulla fiducia, la trasparenza e l’atteggiamento costruttivo. Il coordinatore non deve sottovalutare la fase di definizione e condivisione degli obiettivi e delle attese; non deve perpetuare i meriti o i demeriti acquisiti nel passato ma concentrarsi sul periodo della valutazione; i valutati vanno sensibilizzati sull’importanza del processo di valutazione individuali e informati sui criteri e sui metodi  in modo che la loro partecipazione sia attiva e responsabile. Per questo il coordinatore può utilizzare la tecnica della fotografia: osservando, rilevando e soprattutto restituendo al valutato in modo oggettivo costruttivo e tempestivo dati e fatti oggetto della valutazione.

La valutazione è un tema strategico che permette di agire sul patrimonio più importante per la vita e lo sviluppo delle aziende che sono le persone. La valutazione che etimologicamente significa dare valore consente di riconoscere il valore, il contributo, le potenzialità che le persone danno o potrebbero dare; lascia spazzi di crescita, di miglioramento e di possibile cambiamento.

Melanie Doamba

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Relazioni interpersonali e cammino di maturazione

La fiducia

La fiducia è la base su cui s’instaura ogni relazione nei vissuti umani e senza di essa la relazione non esisterebbe. Solo in un ambiente di fiducia si può stabilire una relazione disposta a far crescere gli altri nei rapporti di comunione. Però bisogna intenderla in maniera giusta altrimenti confondiamo le idee ostacolando la via comune della relazione. Ogni essere è contrassegnato dalle fragilità umane e non corrisponde mai alle attese degli altri. Se siamo d’accordo che non siamo uguali, possiamo capire che gli atteggiamenti degli altri non saranno risposte adeguate ai miei bisogni, «cosi la fiducia non si può decretare; non si può esigere. La sua logica è simile a quella del dono; è una logica asimmetrica, vale a dire che non si può pretendere venga onorata, se non rischiando di snaturarla e di trasformarla in qualcosa d’altro».

La gratuità relazionale

Oggi siamo in preda ad una ricerca smisurata di gratificazioni, tutte le nostre azioni sono svolte in cambio di appagamenti. È molto difficile fare qualcosa al di fuori di questa logica, perché l’educazione ricevuta ce l’ha inculcato e dunque rimaniamo frustrati quando i nostri gesti di benevolenza non vengono riconosciuti. Le relazioni sono influenzate molte volte da questo mercato di appagamento ma la ricerca degli appagamenti in realtà falsifica i nostri modi di vivere e crea falsificazione nella relazione. Fa molto piacere essere riconosciuti in qualunque cosa facciamo, ed orientare la mente in modo diverso è un lavoro arduo che necessità un progressivo cammino di crescita ma prescindere del mistero della gratitudine nella relazione è, possiamo dire, vivere la vita in maniera aberrante. Come Cristo dobbiamo rieducarci a compiere atti soltanto per amore senza aspettare niente. La gratuità è quell’attitudine che si muove sempre per amare secondo il Vangelo (è amore agapico).

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Le differenze nella relazione e la crisi

Supporre l’altro diverso da me suscita delle crisi nel coinvolgimento umano, spesso non riusciamo ad accettarlo. Le differenze spaventano e soffocano le relazioni. In teoria lo ricordiamo sempre che la diversità favorisce la comunione, ma nella pratica questa rimane un’idea utopica. Sono soprattutto le differenze di caratteri che non riusciamo a permettere, che ci mettono in crisi, che amareggiano la convivenza e mettono in gioco l’identità degli altri nelle relazioni umane.

La diversità per noi cristiani e ancora per chi segue Cristo nella vita consacrata è la chiave di lettura di accoglienza dei fratelli; soltanto cosi possiamo percepire l’altro come dono per la convivenza.

La nostra vita è una scuola permanente dove sorgono sempre dei dubbi e delle novità che bisogna rileggere quotidianamente. Lasciarsi educare è l’inevitabile dilemma che la persona umana deve accogliere. Le regole della convivenza sono alle volte inaccettabili quando l’io (radice dell’orgoglio) predomina sul soggetto. Conoscerci avvierà un processo di conversione verso la realizzazione dell’obiettivo della comunione.

La comunità come ambito privilegiato di formazione alla vita consacrata

Gli atteggiamenti evangelici sono contrari alle nostre logiche, dunque esercitarsi fin dal principio sarà poi canale di evangelizzazione per se stessi e per tutti, sarà meta per costruire una relazione di amore libera delle sudditanze umane. «Dobbiamo compiere quel difficile passaggio dalla percezione della comunità come un peso alla percezione della comunità come schola amoris, come luogo dove apprendiamo la difficile arte d’amare. Oltre che di pazienza, dovremmo quindi armarci di umiltà e riconoscere sinceramente la nostra difficoltà a voler bene, soprattutto ad aderire all’invito di Gesù che ci domanda di amare i nemici»

La formazione iniziale nella vita religiosa ha lo scopo della: «preparazione della persona alla totale consacrazione di sé a Dio nella sequela di Cristo, a servizio della missione. Dire “si” alla chiamata del Signore assumendo in prima persona il dinamismo della crescita vocazionale è responsabilità inalienabile di ogni chiamato, il quale deve aprire lo spazio della propria vita all’azione dello Spirito Santo; è percorrere con generosità il camino formativo, accogliendo con fede le mediazioni che il Signore e la Chiesa offrono». È una esperienza molto impegnativa che richiede il consegnarsi del candidato per acquisire nella sua vita i sentimenti di Cristo, o suoi stessi atteggiamenti. Il soggetto in queste tappe merita un’attenzione speciale. Il formatore deve impegnarsi a seguirlo singolarmente e soprattutto comunitariamente. Un conto è sentirsi chiamato, un altro saper adottare il modo in cui si esprime tale vocazione.

Il processo della crescita sottolineato dal documento Vita Consacrata si realizza unicamente e paradossalmente con gli altri. Occorre quindi un contribuito formativo in più per educare i candidati a coltivare più attenzione alla convivenza relazionale.

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Il rapporto relazione interpersonale e formazione iniziale

L’obbiettivo formativo della vita consacrata è formare ai sentimenti di Cristo; l’umanità di questa scuola cristologica viene spiegata dal mistero dell’incarnazione. La formazione è dunque intrinseca alle relazioni. Ha bisogno dell’alterità per assimilare i sentimenti di Cristo. In concomitanza con la formazione, le relazioni vanno educate pian piano seguendo il processo di maturazione personale e comunitaria. Le relazioni evangeliche non si acquistano senza desiderio profondo di intraprendere le fatiche e le sorprese del cammino. È un continuo allenarsi davanti all’oggettività della realtà umana. «La relazione diventa la chiave di interpretazione della propria storia di maturazione e di crescita, perché è il luogo dove il modellamento intrapsichico si coniuga con il modellamento interpersonale o, per dirla più semplicemente, dove il cambiamento e la maturazione di sé vanno di pari passo con il cambiamento e la maturazione dei rapporti con gli altri. Se la relazione è l’opzione preferenziale per la crescita, essa è anche il sentiero che il cristiano percorre per incontrarsi con Dio.»

Rafforzare l’aria dei rapporti interpersonali

«Per coltivare buone relazioni umane bisogna favorire i valori veramente umani, anzitutto l’arte di convivere e del cooperare fraternamente e di instaurare un dialogo». Visto che le relazioni sono sottoposte alla formazione, si possono creare dei laboratori di relazioni costruite nel seno della comunità formativa. Occorrono delle creatività relazionali per oltrepassare le conoscenze relazionali che portiamo dentro il convento, che hanno bisogno di essere convertite.

Lo spirito di creatività potrebbe portarci a instaurare all’inizio della formazione un clima di reciproca fiducia. Tanti altri valori umani vissuti con il cuore potranno contribuire al vero processo di relazione di fede, di famiglia e di amore reciproco nonostante le nostre differenze.

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Sensibilizzare soprattutto la formazione delle relazioni interpersonali

È un cammino che esige da parte del formatore un’attenzione particolare per ogni formando. Deve instaurarsi fin dall’inizio un ambiente di fiducia con tutte le sue sfumature, per aiutare a coltivare il senso di appartenenza e soprattutto la cultura delle relazioni. L’obiettivo della formazione iniziale deve portare il soggetto ad un cammino profondo, per aiutare a interiorizzare i valori fondamentali della sequela, per rendere concreta soprattutto l’amicizia con il Signore attraverso le relazioni interpersonali. Oltre alla missione apostolica della comunità, essa è pedagogia per eccellenza di formazione, in altre parole essa è luogo per educarsi a saper vivere insieme accettando le differenze, è un cammino di conversione. Solo chi sa ascoltare Dio in questo modo formerà con gli altri la koinonia. Bisogna entrare nel dinamismo di tale obiettivo e superare anche le paure legate al mistero dell’uomo: «entrare nel mistero ci chiede di non avere paura della realtà: non chiudersi in se stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi […], andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fedeltà e la nostra ragione.»

 Relazione e formazione permanente

Le relazione interpersonale segna la vita intera di ogni chiamato. La formazione permanente permette al religioso di fare personalmente l’esperienza dei valori acquisiti. La comunità luogo teologale delle relazione si propone nel suo dinamico pedagogico alla formazione del consacrato in questo continuo formarsi al modello di vita di Gesù. Nelle qualità delle relazioni si manifesta la qualità della Vita Consacrata altrimenti smentirebbe il Vangelo di amore e di comunione nella Chiesa.

Sr Sandrine Tokandji

Silenzio e parola

In realtà, l’uomo fugge il silenzio perché ha paura di incontrare se stesso, di guardarsi in faccia. Solo nel silenzio l’uomo riesce a scendere nella profondità del suo essere, dove si ritrova di fronte a se stesso. Siccome rifiuta di guardare la propria realtà in faccia, si rifugia allora in questo diluvio di rumore cercando di dissimulare e di far tacere la voce che le parla dal di dentro nel silenzio.

Il silenzio di chi decide di praticarlo, è visto come una cosa che esce dall’ordinario, che richiama l’attenzione, ma non suscita un vero desiderio di imitare. Si pensa in tal caso che il silenzio esiste solo per determinate genti, come per esempio i monaci. Lo si classifica nell’ordine soprannaturale, fuori dalla portata di tutti e di conseguenza questa mentalità porta via ogni tentativo, ogni prospettiva e ogni possibilità di ricercare il silenzio e di farlo rivivere. Si porta via il suo ricordo, la sua nostalgia e si è pervenuto così all’oblio totale del silenzio.

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Per capire meglio il silenzio, bisogna farlo intercorrere con la parola. La parola che non tiene conto del silenzio, tintinna nel vuoto senza trovare spazio nell’interiorità. Il silenzio è la fonte della parola, in esso, la parola prende forma e si attualizza. Il silenzio non è un vuoto ma una pienezza che genera la parola.

Inoltre, se dal silenzio sorge la parola, nella parola, il silenzio trova senso e valore, raggiunge la sua pienezza. «Non esercitiamo il silenzio solo quando non parliamo; anche quando preghiamo o cantiamo il silenzio interiore è la condizione perché ciò che le labbra dicono sia qualcosa di nostro, di vissuto, e non soltanto routine o formula»[1].

Il silenzio è parte integrante della comunicazione e spetta ad ogni individuo avere un equilibrio tra silenzio e parola poiché avvenga una vera comunicazione. L’arte del tacere come tutte le altre arti, possiede la sua grammatica, i suoi principi e la sua strategia e bisogna conoscerli per osservare e vivere meglio il silenzio. Il mondo aspira profondamente al ricupero di tutti i valori che sembrano diminuiti o scomparsi. Finché la vita dell’uomo continua su questa terra, egli deve continuare a sperare che il silenzio torni un giorno a ridare all’uomo la pienezza di una vita interiore.

[1] J. Aldazábal, Simboli e gesti. Significato antropologico, biblico e liturgico, Edizione Club della Famiglia, Milano 1988, p. 186.

Sr Gisele Kaboré

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Essere consacrati

Essere di Cristo, è aderire alla sua volontà lasciandoci portare da lui, permettendo che avvenga la fusione delle nostre volontà, la quale si rende concreta nella realizzazione del progetto di vita, voluto da Dio e messo in opera dalla libera collaborazione d’ogni persona. Se l’uomo risponde al piano di Dio, lo fa perché Egli l’ha chiamato indicandoli di lasciare qualcosa per avviarlo verso una realtà totalmente nuova[1].

La pienezza della nostra consacrazione è l’attuarsi dell’intimo rapporto con Cristo. Con Lui, la persona consacrata stabilisce l’alleanza d’amore perenne, offrendo il proprio corpo come sacrificio[2]. «In questo modo si imprime la somiglianza di quell’amore, che nel cuore di Cristo è redentivo e insieme sponsale. E tale amore deve sgorgare in ciascuno di voi, cari fratelli e sorelle, dalla fonte stessa di quella particolare consacrazione che – sulla base sacramentale del santo Battesimo – è l’inizio della vostra nuova vita in Cristo e nella Chiesa: è l’inizio della nuova creazione. [Cristo è] il soggetto integrale dell’amore sponsale redentivo»[3].

La ricchezza di questo dono d’amore fatto da Dio a noi è incommensurabile, il merito della risposta è il corrispondente al dono totale.

Sr Ruby

Per leggere la Tesi di Sr Ruby

11.5.8

[1] Cfr. P. G. Cabra, Essere religiosi, Ed. Queriniana, Brescia 1978, p. 106.

[2] Cfr. Rm 12,1.

[3] RD 8.

Silenzio, interiorità, ascolto…

Ascolta colui che è umile, colui che è povero alla presenza di Dio… allora il silenzio è un vivere più intimamente il mistero che celebriamo, un ricostruire interiormente il contenuto del messaggio…  un viaggio nell’intimo di se stessi e nella realtà più profonda di ciò che si celebra… dove la presenza dell’Amato e l’azione dello Spirito scatenano un silenzio di lode e di sincera comunione. Per questo il silenzio – a volte esterno, sempre interno – è qualcosa di connaturale alla preghiera, del incontro in profondità con il Signore e della celebrazione in spirito e verità…

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La parola non ha motivo di rompere il silenzio interiore, una preghiera, un canto, in fondo devono essere impregnati di silenzio, anche quando preghiamo o cantiamo il silenzio interiore è la condizione perché ciò che le labbra dicono sia qualcosa di nostro, di vissuto, le parole hanno senso se le diciamo con il cuore, se scaturiscono dall’interiorità…

Poter amare è un dono di Dio

L’ipocrisia può insinuarsi anche nel nostro modo di amare, quando ad esempio “i servizi caritativi” sono compiuti per sentirsi appagati o per mettersi in mostra, per fare sfoggio della propria intelligenza. “Quanti amori interessati ci sono”, nota Francesco nella catechesi. Per il Papa dietro questo atteggiamento c’è l’idea falsa che amiamo perché siamo buoni, cioè come se la carità fosse un prodotto del nostro cuore:

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“La carità, invece, è anzitutto una grazia, un regalo; poter amare è un dono di Dio, e dobbiamo chiederlo. E Lui lo dà volentieri, se noi lo chiediamo. La carità è una grazia: non consiste nel far trasparire quello che noi siamo, ma quello che il Signore ci dona e che noi liberamente accogliamo; e non si può esprimere nell’incontro con gli altri se prima non è generata dall’incontro con il volto mite e misericordioso di Gesù”.

Papa Francesco

La freschezza del dono

La persona umana è per costituzione un 4-2-3essere storico; non parte mai da zero, ma nasce già con una eredità, con un patrimonio spirituale irrinunciabile. In un certo senso, vivere in modo umano significa ricordare. Solo volgendosi al passato si possono scoprire i valori permanenti. Questi valori non possono essere fatti propri con il solo ricordo, ma debbono essere rivissuti nel “presente” di ognuno, così ricordare significa prendere nuovo slancio per camminare in modo più sicuro in avanti.[1]

“Il rinnovamento adeguato della vita religiosa comporta il continuo ritorno alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli istituti.”[2] La più profonda e sostanziale dimensione del carisma è la particolare conformazione a p-pezza-1aCristo, vissuta per impulso dello Spirito Santo e trasmessa ai posteri, come dono e impegno da conseguire. L’esperienza dello Spirito fa capire in profondità il carisma fondazionale. Questo dono non è qualcosa di statico, ma una realtà dinamica; suppone una speciale comunicazione dello Spirito Santo che trasforma la vita del Fondatore in un messaggio permanente, la cui missione consiste nel comunicare agli altri un mistero vissuto, nel proiettarlo nel dono concreto di sé all’altro, un dono che fa sì che tutta la vita ne sia implicata. La stessa esperienza originale del Fondatore, vissuta, approfondita e sviluppata dalla comunità dei discepoli costituisce la tradizione di una Congregazione. Una Congregazione religiosa è lo sviluppo armonico di un carisma, di un’esperienza, di un modo speciale di leggere il Vangelo e di conformarsi alla persona di Cristo in una dimensione particolare della sua vita ed insieme la risposta che il Fondatore cercò di dare allo Spirito.

Il carisma di un istituto si traduce in spiritualità, cioè in un insieme di atteggiamenti, comportamenti e virtù che si considerano caratteristici della propria vocazione ed efficaci a realizzarla. E’ un modo d’essere e un modo d’agire.

Sr Gabriella

[1] Affermazione del Card. J.H. Newman, riportata in Marzio G., La Congregazione Figlie di San Camillo. Origine e primi anni di vita, p. 5.

[2] Conc. Ecum. Vat. II, Decreto sul rinnovamento della vita religiosa, Perfectae Caritatis, 2.

Ruolo terapeutico dell’empatia

“Varie ricerche hanno dimostrato l’importanza della reciprocità nelle relazioni altruistiche, soprattutto per i soggetti con una autostima elevata”. Le risposte altruistiche, nelle quali c’è reciprocità tra dare e ricevere, hanno effetti migliori dell’aiuto che non offre la possibilità di ricambiare. Per ogni malato esiste un fondamentale bisogno di non sentirsi solo, abbandonato, trascurato, ignorato, di trovare una presenza che sappia correttamente porsi in relazione empatica con lui. L’empatia è indispensabile in chi si prende cura di coloro che sono nella sofferenza e nella malattia, perché la creazione simbolica deve accogliere sempre visibilmente il sentire intimo che la nutre il rapporto assistenziale.

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Tutti sperimentano il fatto che sapere di essere capiti fa sentire meglio. Questa osservazione è così fondamentale che viene data per scontata. L’ascolto empatico ha un effetto benefico indipendentemente dalle informazioni ottenute e nonostante gli errori che l’operatore sanitario può fare nel cogliere l’esperienza del paziente. Possiamo dire che l’empatia esercita una funzione di sostegno del sé, ce si sente così rafforzato. Sembra che anche l’offrire il sostegno ad un altro rafforzi la coesione del sé, il che consente di affermare che anche l’operatore sanitario o meglio l’infermiere riceve dei benefici nel rapporto conil paziente, che non consistono solo nell’aumento della comprensione e nell’arricchimento della propria esperienza. Infatti il paziente fornisce continuamente all’infermiere esperienze di conferma, efficacia, gemellarità e regolazione affettiva, oltre ad aiutarlo a comprendere il punto di vista dell’altro.

Sr Paula

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Nuove strategie di Risk managament

La prospettiva di una efficace co-gestione management-professionisti del profilo di rischio aziendale appare oggi sempre più realistica, perché le aziende sanitarie dispongono oggi di sistemi gestionali più maturi, che da meccanismi reattivi si stanno trasformando in sistemi anticipatori e proattivi rispetto alla lettura delle possibili dinamiche ambientali.

In questa prospettiva il risk management è un rafforzamento della qualità delle pratiche cliniche che affonda le radici nella cultura professionale medica e, proprio per questo motivo, se opportunamente guidato dalle aziende e dal sistema, rende oggi fiduciosi degli esiti positivi che contribuirà a produrre anche per il settore sanitario pubblico. L’implementazione, da parte delle strutture sanitarie, dei moderni sistemi di gestione e l’assicurazione della relativa efficienza ed efficacia – tramite le corrispondenti certificazioni di conformità configuratesi, non solo come dimostrazione della “qualità” verso l’esterno, ma anche e soprattutto come fattori interni di stimolo al mantenimento e miglioramento degli standard qualitativi – costituiscono validi strumenti per il conseguimento degli obiettivi strategici di economicità, da un lato, e di eccellenza delle prestazioni, dall’altro, del servizio sanitario. Tali approcci sistemici si potranno innestare efficacemente sul substrato professionale ed umano di competenza tecnica, dedizione ed impegno, da sempre  alla base del sistema sanitario nazionale, valorizzandone le positività, contenendone le inevitabili criticità e dando origine ad un circolo virtuoso altamente benefico per lo Stato ed i cittadini.

Sr Lancy

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Rapite dalla misericordia

FSC40-75_Pagina_11_Immagine_0002Nella policromia della santità profetica che si irradia dalla luce della bellezza di Cristo, il carisma della misericordia raggiunge coloro che soffrono ed i loro familiari come una via che si apre nel servizio. Percepire l’immagine della gloria di Dio sul volto di Cristo e venire rapiti dal suo splendore al punto da essere tratti fuori di sé, spogliati di sé, e posti al servizio dell’amore. Ecco in poche parole una percezione e un rapimento che possono venire soltanto da un vero incontro personale.

Cosa sarebbe il nostro mondo senza la realtà della misericordia? A volte rischiamo di non vedere quanto la bellezza della misericordia, che proviene dall’inestinguibile fuoco d’amore che è il cuore di Gesù splenda nel nostro mondo duro e disumano.

Tale bellezza fonda la consacrazione a Cristo misericordioso per poter servire come Lui. Attratte dalla sua bellezza al punto non solo di ripetere i suoi gesti, ma anche e soprattutto di riviverne l’esperienza: servire e sentire come Lui, esercitare la misericordia ed essere misericordiose come Lui. Alla camilliana, basta sapersi amata teneramente da Dio, il senso ultimo della sua vita non sta nell’essere migliore degli altri, nel lavorare senza pausa, il suo mestiere è amare. Come le nostre prime sorelle, delle quali dicevano che erano “miracoli di pazienza e di bontà”.

Sr Maria

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Portatrici di un carisma di carità angelica5.2.1.12

La madre Giuseppina amava paragonare il servizio reso dalle sue figlie ai malati al ministero angelico. Ella sa quanto gli angeli sostengono gli uomini nei momenti di afflizione e di prova. Ecco perché l’aiuto angelico può trasformare i momenti di sofferenza in eventi di grazia. Ecco dunque il compito della Figlia di San Camillo nel suo ministero: curare i corpi con ogni diligenza e contemporaneamente con la stessa diligenza indicare le vie del cielo. Purezza, custodia dei sensi, servizio di carità: ecco la devozione agli angeli calata nella concretezza della giornata.

San Camillo si era talmente lasciato trasformare dalla grazia da essere un riflesso di Dio e della sua beatitudine, tanto da venir denominato Serafino di carità. Il padre Luigi Tezza, che venne chiamato angelo, rivelava il progetto di Dio sulle Figlie di San Camillo facendosi canale di quella linfa angelica destinata perpetuarsi nei secoli. Come gli angeli sono ministri di Dio, incaricati della sua gloria e della custodia degli uomini, così la Figlia di San Camillo è ministra dell’Amore Misericordioso, tenerezza di Maria verso l’uomo, per renderlo capace al di là della sofferenza e della malattia di rivolgere l’inno di Gloria di Dio. Ma perché ciò avvenga occorre che riusciamo a svelare il segreto più importante del ministero degli angeli, quello cioè di avere noi stessi, sete di Dio, e amarlo servendolo costantemente nei fratelli.

Sr Silvana

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Il cuore della nostra vita

Preghiera e contemplazione sono i luoghi di accoglienza della Parola di Dio e, nello stesso tempo, esse scaturiscono dall’ascolto della Parola. La vita di preghiera nella nostra vita è punto centrale, perche senza la preghiera che è un rapporto affettivo con Colui che amiamo e che crediamo di essere amati non possiamo vivere un vero rapporto con i fratelli.  Tutta la nostra vita dipende della preghiera. E’ nella preghiera che troviamo ogni giorno la forza necessaria per seguire il Signore. E’ nella preghiera che si scopre l’amore di Dio, un Dio che ci ama non per quello che facciamo, per le nostre opere buone, Egli ci ama perché siamo figli che confidano nel suo amore, che sanno rifugiarsi tra le sue braccia, che sanno affidarsi  a lui. Dobbiamo riscoprire il valore della preghiera e dobbiamo praticarla. Se realmente ci siamo aperti al Signore nella preghiera contemplativa, possiamo riporre in lui la nostra fiducia, presentare a lui le nostre necessità, i nostri bisogni, paure, ansie. Colui che ci ama non resterà in silenzio, ma ci colmerà dei suoi doni e ci darà ciò di cui abbiamo bisogno.

Sr Marcela

Bisogno di perdono

Studkinski ha definito il perdono come una risposta alla sofferenza che un individuo ha messo nelle mani di un’altra persona. Questa si trova a dover scegliere tra il serbare rancore e il farsi guarire dal perdono che offre. Il malato può avere sensi di colpa rievocando aspettative non soddisfatte, omissioni o azioni riprovevoli. Da questo dolore spirituale nasce il desiderio di perdono, inteso sia nel senso di essere perdonato sia in quello di perdonare.

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Psicologicamente non perdonare porta a creare una maschera di persona forte e senza debolezza che diventa fonte di schiavitù e sofferenza. Invece perdonando si restaura l’amore e si libera il cuore e la mente alla verità. Spiritualmente il risentimento verso qualcuno chiude il cuore a dare e ricever amore, impedendo, pertanto, l’azione dell’amore di Cristo su di sé.

Sr Margherita Salvatore

Condividere con il malato il proprio processo spirituale

L’uomo di fronte alla minaccia della malattia si spaventa, si vergogna di farsi condizionar da un altro, si sente depauperato dai suoi poteri. L’aiuto spirituale significa quindi aiutare il malato ad affrontare i suoi sentimenti di perdita di fiducia, di colpa, di vergogna. La sofferenza spirituale distrugge una persona quando essa non ne trova il significato o quando è vissuta nella solitudine e nell’isolamento e il non senso della sofferenza e della malattia.

Il ricorso all’aiuto di Dio attraverso la preghiera, in situazione di malattia e disabilità, generalmente non si pone in rapporto conflittuale con la scienza medica. La preghiera può esser conforto, invocazione di aiuto. Può alleviare il dolore fisico, può dare pace dopo un periodo di turbamento.8-peru

Saper leggere i segni di una realtà trascendente significa imparare a percepire qualcosa del mondo interiore dell’altro e della realtà che trascende la dimensione materiale della vita. Il team nursing deve essere ricettivo e di supporto a queste esigenze al fine di dar loro la possibilità di emergere e di essere prese in considerazione.

Perché si possa promuovere una spiritualità positiva è necessario che anche l’infermiere possieda una spiritualità positiva. E’ perciò fondamentale per chiunque si occupi di assistenza al paziente e in particolare per l’infermiere, intraprendere un percorso formativo post-base per fare chiarezza dentro di sé, sulle proprie motivazione, sui propri vissuti riguardo a temi quali la sofferenza, il dolore, la morte e il lutto, ed affinare le proprie conoscenze e capacità nella gestione dei bisogni spirituali. Migliorare questi aspetti avrà immediatamente una ricaduta positiva sulla relazione con il paziente, il che vuol dire, per lui, miglioramento della qualità della vita.

Sr Margherita Salvatore

Percorsi di sviluppo e coaching

Talvolta neanche noi sappiamo veramente dove desideriamo arrivare finché i nostri pensieri, espressi senza costrizioni né limiti, non ci permettono di renderci conto del nostro potenziale. Il coach ascolta e pone domande dirette e precise, orientate ad estrarre l’immagine del futuro professionale desiderato. Il cambiamento ci circonda, ci avvolge e ci trascina verso il progresso. Il coach aiuta ad individuare i segnali esistenti intorno a noi e ad affrontare il processo di cambiamento senza esitazioni, forte della visione circolare dell’ambiente coinvolto. Ognuno racchiude in sé delle potenzialità espressive e comportamentali di grande pregio. Il coach permette di identificare i propri punti forti e gli elementi positivi esistenti, per riconoscerli e renderli più apprezzabili.

I manager coach danno valore alla capacità delle persone di pensare e agire da sole, oppure creano le condizioni affinché il loro gruppo abbia successo e questo incide sulle loro priorità quotidiane, può consistere nel creare una visione condivisa o nell’infondere una sensazione di coinvolgimento. Se un capo è convinto che gran parte del suo valore aggiunto consista nel promuovere lo sviluppo delle persone che lo circondano, tenderà a utilizzare in modo più spontaneo le competenze di un coach, sarà dunque più propenso a offrire un feedback e degli stimoli prima di dare consigli e idee, farà in modo di facilitare la discussione, più che dirigerla, preferendo ascoltare le opinioni di ciascun componente.

Sr Liliana David Giraldo

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Imparare ad essere in relazione

La “relazionalità” è una dimensione che va costruita, sperimentata e consolidata lentamente. Il gruppo diventa luogo di sviluppo della competenza relazionale se si impara a lavorare e stare insieme.6-5Le competenze sociali comunicative possono essere acquisite: l’abilità a superare il “rischio” di una apertura all’altro, l’abilità a mantenere una conversazione, l’abilità ad esprimere reazione positive e negative in modo costruttivo, l’abilità a prestare un ascolto attivo dimostrando attenzione e apprezzamento, l’abilità a prevenire la distruzione della relazione, l’abilità di essere congruenti nella comunicazione verbale, l’abilità a comunicare in modo dsc_0043convincente e persuasivo, l’abilità a comunicare rispettando il proprio turno di parola, l’abilità a comunicare riflettendo. Queste competenze si sviluppano quando le persone colgono le opportunità che spesso si presentano all’interno delle situazioni di interdipendenza innescando un processo cognitivo, emotivo e comportamentale efficace.  In un gruppo, il buon clima, la fiducia, la stima e l’apertura reciproca, l’interesse comune verso quello che si vuole raggiungere, sono fattori che contribuiscono a migliorare la qualità dei rapporti interpersonali e anche lo sviluppo della competenza sociale comunicativa.dsc_0702

Molti sono convinti che il futuro non è tanto nello sviluppo tecnologico, quanto in una cultura di apprendimento, di continuo miglioramento e di capacità di adattamento personale. Le relazioni con gli altri sono la chiave dello sviluppo personale e dell’identità della persona. Il rapporto che abbiamo con le persone con cui viviamo, lavoriamo, condividiamo la vita determina la qualità della nostra vita. Tuttavia i costituenti fondamentali per creare questa cultura sono le competenze sociali comunicative.

Sr Louise Okoudjou

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Il magnifico caleidoscopio del sentire

Il soggetto maturo è quello che accetta le incongruenze della realtà ed è in grado di integrare l’emotività con i contenuti razionali anche di fronte a situazioni conflittuali. Le differenti emozioni di base sono l’innesco del “sentire”, quel “sentire” che diventa il personale filtro di un individuo nel rapportarsi agli altri, al mondo ed a se stesso.[1] La maturazione di una persona è in definitiva la maturità del suo sentire, la capacità di sentire il proprio sentire, e di sentire l’altrui sentire.[2]

Il cuore apprendista

Quando consideriamo negativa qualche cosa spesso è perché non la capiamo e quindi ne abbiamo paura. Invece è liberante e intelligente aprire quella fessura che ci permetti di ascoltare quel linguaggio ulteriore che entra in con-tatto con aspetti di noi stessi che sono racchiusi nello scrigno dell’anima.

7-3-7L’alfabeto del silenzio

Ci stiamo impoverendo di due dimensioni indispensabili per l’equilibrio dell’uomo: l’ascolto e il silenzio. Il silenzio lavora; è importante educare il nostro spirito alla scuola del silenzio e dare alla nostra vita ogni giorno, ogni ora che trascorre il conforto del silenzio, per scoprire e incontrare il sé, per prendere consapevolezza di se stessi e autocondursi, quanto per poter incontrare gli altri e accoglierli.[3]

Costruzione dell’identità tra intimità ed estimità

L’identità personale non è fato bensì progetto, non è destino bensì storia, non è sostanza immutabile e fissa bensì è struttura fluida che si fa e si disfa continuamente, non è realtà data bensì è sviluppata all’interno di quella variegata avventura che è l’esistenza.[4] OLYMPUS DIGITAL CAMERALa vita, nell’ottimo della sua espressione, è un processo dinamico e cambiante, all’interno del quale nulla è congelato […] è un processo in trasformazione, non una entità fissa e statica; un fiume che scorre, non un blocco di marmo; una costellazione di potenzialità in permanente cambiamento, non un insieme definito di tratti o caratteristiche. La vita è orientata da una comprensione e interpretazione dalla mia esperienza costantemente cambiante. Sempre si trova in processo di divenire persona, «On Becoming a Person».[5]  Solo mostrandomi così come sono, aiuto l’altra persona a cercare e a trovare la propria autenticità.[6]

Lo sconfinamento del sé

Questo ascoltarsi in profondità per sentire ci deve portare ad un “sentire empaticamente”,[7] cioè non solo sentire il proprio sentire e traboccare il proprio sentire ma anche sentire il sentire altrui.

Il vero ascolto è saper leggere nel cuore di chi parla, saper decifrare l’infinito linguaggio con cui ci parla, è aprire canali per mezzo dei quali gli altri possano comunicare i suoi sentimenti, il suo mondo percettivo personale. E ciò è squisitamente arricchente.

5-2-1-13La pedagogia della lumaca

Entrare in contatto con l’altro è un’arte… Bisogna saper entrare a piedi nudi nella terra sacra dell’altro… Il ritmo è un esistenziale; se ascoltato lascia brecce, momenti in cui è possibile entrare in dialogo, in cui si ascoltano le risonanze e si scopre di essere in consonanza. Nella relazione e nel suo prendere forma, nell’abitare intensità e pause, il ritmo dona senso al presentarsi muto delle possibili svolte della relazione, non solo nelle direzioni di senso, ma anche nell’intensità con la quale la stessa è vissuta. “Solo ciò che nasce, cresce e si forma secondo il suo proprio ritmo e la legge inscrutabile che opera in ogni cosa è vero e vale”. In ognuno di noi, infatti, c’è qualche cosa di indicibile, che non riusciamo a comunicare, a volte neanche a noi stessi e che ha bisogno di tempo, pazienza per emergere dal profondo. Le emozioni rivelano di essere un educatore lento, profondo, efficace.  La loro Filosofia è quella di andare “slow” per capire il loro intimo significato. Ed è proprio la pedagogia della lumaca! Seguire un ritmo che gli è proprio, percorrere con impegno e costanza il cammino che conduce alla meta di cui si anela. Un cammino certo faticoso, ma che ci arricchisce e ci rende migliori.

Affetti senza legami, legami senza affetti

In una società degli affetti senza legami e dei legami senza affetti, occorrono brecce attraverso le quali trasformare l’altro in un’ospite per godere la possibilità di dare tutto quello che si è. Quanta intelligenza delle emozioni c’è in chi aiuta una mamma a scegliere di non abortire, in Davide che “Cieco da quando ne aveva 16 anni è un imprenditore di successo al timone della Tiflosystem, la prima azienda in Italia che dal 1987 opera nella fornitura di tecnologia e servizi pensati per l’autonomia delle persone diversamente abili. Perché se le emozioni sono il cavallo di Troia delle pubblicità, dello sport, delle fiction, lo sono anche della pedagogia nell’accompagnamento ai giovani, nel recupero dei tossicodipendenti e delle vittime delle nuove schiavitù ed anche dell’evangelizzazione. Perché dietro la vita… c’è il cuore!

Sr Valerie Okoman

Per leggere la Tesi di Sr Valeri

OLYMPUS DIGITAL CAMERA[1] Cf. V. Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, Caltagirone 2000, p. 37.

[2] B. Rossi, Avere cura del cuore, p. 18.

[3] Id., p. 130.

[4] Cfr. B. Rossi, Identità e differenza. Compiti per l’educazione, La Scuola, Brescia 1994, p. 200.

[5] Cfr. C. R. Rogers, El proceso de convertirse en persona, Paidós, Mexico 1997, p. 35.

[6] Id, p. 33.

[7] Cfr. B. Rossi, Avere cura del cuore, p. 139.

Saper ascoltare, l’arte più preziosa

Centrale al concetto di assistenza infermieristica è il concetto di aiuto. L’assistenza infermieristica, infatti, è essenzialmente una relazione d’aiuto, i cui obiettivi sono quelli si sostenere, assistere, prendersi cura[1].Dalla relazione interpersonale deriva un guadagno anche terapeutico. Una delle dimensioni su cui probabilmente incide in maniera importante una relazione che sia effettivamente d’aiuto è la stima di sé, di conseguenza, la percezione da parte del paziente di essere accettato e rispettato. Questa qualità (che è chiamata calore, rispetto, interesse) è collegata in modo positivo anche con l’esito della terapia.

La buona relazione con il malato non è dunque solo importante sul piano interpersonale, ma costituisce anche un vero e proprio fattore terapeutico.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

L’assistenza infermieristica di per sé è terapeutica grazie ad attributi quali la reciprocità, l’intimità e lo scambio.

Nel somministrare la terapia, nel medicare una lesione, nell’occuparci delle cure igieniche possiamo inviare messaggi di vicinanza o di distanza, di disponibilità o di chiusura. È la consapevolezza di noi e delle modalità di gestione della relazione e del contatto che può trasformare un semplice gesto di ascolto in un momento di consolazione e rassicurazione nel quale può essere restituita dignità ed identità alla persona[2].

Quando l’infermiere riesce a porre la sua umanità al servizio di questo meraviglioso progetto d’aiuto, non solo la condizione della persona assistita migliora, fosse anche in fase terminale, ma la sua stessa qualità di lavoro e di vita si eleva.

Una relazione adeguata col malato può talvolta da sola far diminuire tutta una serie di sintomi come ansia, paura, angoscia ecc. e creare nel paziente un sollievo importante senza l’ausilio di farmaci.

È necessaria una formazione permanente per l’acquisizione delle competenze relazionali e le relative tecniche. L’abilità sta nel creare un ambiente che incoraggi la comunicazione dei processi emotivi, scatenati dall’impatto della malattia, e nel dare al paziente la sensazioni di essere ascoltato e compreso.

Sr Claret Mariavilla

Per leggere la Tesi di Sr Claret

[1] Saiani L., Di Giulio., La relazione d’aiuto con il paziente e la famiglia, Cavazzuti e Cremonini, Assistenza Geriatrica Oggi, CEA, 1999.

[2] Cfr. Bertini B., Il corpo al centro della relazione tra infermiere e paziente, INFERMIERE OGGI Periodico di idee, informazione e cultura del Collegio IPASVI di Roma, Anno XVIII –N.4-ottobre/dicembre 2008, pp. 22-23.

Prendersi cura dell’altro in terra di missionea2

“L’infermiere in Burkina Faso svolge un ruolo assai diverso da quello che tutti noi siamo abituati a vedere nei nostri paesi: non solo assiste il paziente in tutti i suoi bisogni, ma svolge più che altro il ruolo del medico: fa diagnosi e terapia. Solo in casi particolari viene richiesta l’opinione di un medico”[1].

Nella pianificazione dell’assistenza, l’infermiere del dispensario deve considerare questi aspetti e nella maggior parte dei casi, deve affrontare in autonomia la situazione assumendosi i rischi che ne derivano dal eseguire una diagnosi medica.

L’infermiere del dispensario però agisce sempre su una base scientifica, servendosi di Linee guida per la prescrizione della terapia, Manuali guida per la consultazione, protocolli, Manuali di referenza per la formulazione delle diagnosi, algoritmi, per arricchire le sue conoscenze ed erogare le cure nel limite delle sue possibilità.

Nel dispensario, in modo particolare, si percepisce l’assistenza olistica attraverso la varietà delle attività svolte dall’infermiere:11-5-6

  • Attività curative: cure mediche, ginecologiche, nutrizionali, oculistiche, riabilitative ecc.
  • Attività preventive: vaccinazione e sensibilizzazione delle popolazioni.
  • Attività di promozione: sensibilizzazione delle persone vulnerabili (donne e bambini).
  • Partecipazione alle attività e programmi specifici dello Stato: campagne di vaccinazione e distribuzione di nutrimenti.
  • Attività di sostegno: ascolto, sostegno morale, spirituale e materiale.

Esiste una vasta possibilità per l’infermiere di ricevere una formazione qualitativamente elevata per rispondere ai bisogni e agli interrogativi del paziente e per affrontare le sfide del mondo sanitario.

[1] ANDREA QUERCI, 2005. 

Sr Sabine Gnamou

Per leggere la Tesi di Sr Sabine

Come un semplice strumento dello Spirito

dsc_0813Il flauto traverso e uno strumento di metallo e dunque esternamente è proprio rigido… ma quando soffi delicatamente dentro di lui sprigiona un suono meraviglioso, leggero come una carezza, morbido come un sussurro d’amore che rapisce l’anima e il cuore… Cosi siamo ciascuno di noi… anche se ci può sembrare qualche volta che siamo come un pezzo di ferro rigido, se lasciamo che aliti nell’intimo lo Spirito Santo la nostra vita può divenire una sinfonia d’amore!

Sr Susanna

Liberi di amare

Il nostro essere si basa sulla relazione di comunione che Dio vuole stabilire con ognuno di noi. Da questa relazione derivano il valore della persona e la sua dignità. La persona è un essere irrepetibile e per questo la sua dignità è esclusiva e vera.lastscan

La persona è la più grande opera d’arte e, ontologicamente, ha tutto quanto è necessario, ma la sua personalità e da costruire, da definire e da attuare.

Dio, nel momento della creazione dell’uomo, soffia il suo alito di vita su di lui e la sigilla con la sua identità. L’uomo non solo appartiene a Dio ma ha in sé stesso Dio Trino; per questo la persona è un “essere in sé”, per la sua sussistenza, e un “essere per l’altro”, un essere che è in relazione con Dio e con gli altri per la sua auto trascendenza.

Nell’amore è donata la libertà più profonda che è, al tempo stesso, la maggiore esigenza di consegna personale. La libertà a cui il cristiano è chiamato è la libertà di amare, libertà dell’amore concreto nel servizio, nella responsabilità.  Dall’amore siamo stati fatti liberi e, ad un crescita e maturazione nell’amore, siamo chiamati a vivere la libertà: liberi per amore perché fossimo liberi di amare. La libertà cristiana è un paradosso: essere liberi è uguale a essere servi. Questo paradosso in Gesù Cristo costituisce un’identità perfetta: Cristo espresse il massimo della libertà di amore nel totale servizio all’uomo. Questo gesto diviene il fondamento dell’amore libero del cristiano.

Sr Paola

Amare significa dare tutto

La libertà interpella, sceglie, agisce sempre. La persona non può lasciar de essere libera e questa è una Salmoporta aperta ad una crescita personale, ad una trascendenza che libera la persona e fa scaturire da essa tutte le sue migliori potenza. Nelle mani dell’uomo sta la facoltà di essere sempre migliore. La storia ci insegna che l’uso sbagliato della libertà porta l’uomo a commettere gli errori più grandi per sé, ma anche abbiamo degli innumerevoli esempi di uomini e donne che hanno saputo orientare la loro vita in una profonda libertà, vissuta come relazione e risposta di sé stessi e hanno costruito un mondo migliore in se stessi e attorno a sé.

La libertà in Dio è una libertà che, quando dona, dona se stesso, dona il suo essere, comunica il suo amore. Ogni espressione di libertà del suo essere è un atto libero d’amore verso un altro. Vediamo come nella realtà di Dio sussistano insieme la perfetta unità delle persone e la perfetta identità di ciascuna Persona. E’ questo amore totale che lega ma che definisce anche ciascuna Persona. “L’amore dunque ama , e amare significa dare tutto all’altro, ma nello stesso tempo lasciarlo completamente libero”[1].

L’amore vero si compie solo con un atto di libertà; l’amore è l’espressione massima della libertà, fonda l’amore e lo rende autentico. E’ nella libertà che posso amare senza limite, riconoscendo nell’altro la sua libertà, rispettandolo e amandolo così com’è. Questa relazione pure, che vive eternamente nella Trinità, è fonte e culmine del nostro amore, della nostra maniera di relazionarci e di agire nella libertà come opportunità di realizzarci e possederci.

[1] M. Rupnik, Dire l’uomo. Persona, cultura della Pasqua. Vol I, Lipa, Roma 1996, 86.

Sr Paola

Vivere accogliendo il dono dell’altro

Cristo dà alla persona due fondamentali certezze: di essere stata infinitamente amata e di poter amare senza limiti. Nulla come la croce di Cristo può dare in modo pieno e definitivo queste certezze e la libertà che ne deriva. Grazie ad esse la persona consacrata si libera progressivamente dal bisogno di mettersi al centro di tutto e di possedere l’altrDSC_0016o, e dalla paura di donarsi ai fratelli; impara piuttosto ad amare come Cristo l’ha amata, con quell’amore che ora è effuso nel suo cuore e la rende capace di dimenticarsi e di donarsi come ha fatto il suo Signore. In forza di quest’amore nasce la comunità come un insieme di persone libere e liberate dalla croce di Cristo.

Bisogna allora mettersi in ascolto per poter capire fino in fondo il sentire dell’altro, come espressione dell’amore che sa fare silenzio e accogliere. Perché solo quando ci si sente accolti pienamente si possono esprimere completamente e con libertà le proprie esigenze, esporre i dubbi o i progetti. Questo amore implica essere del tutto dimentichi di sé e protessi verso l’altro. Si tratta di sapere gioire della diversità, della ricchezza e della complementarietà dei doni, richiamando l’immagine paolina dell’unico corpo e delle differenti membra. Un cuore solo e un’anima sola.

Sr Cleia

Per leggere la Tesi di Sr Cleia

La Parola di Dio nella vita consacrata

La persona consacrata può iniziare un cammino fecondo con la Parola nella misura in cui ha il coraggio, la generosità, la libertà di vivere ciò che è. Ha scelto di pensare solo a Lui, di rinunciare a tutte le altre sicurezze. Allora la prima cosa che dovrebbe fare è porre la Parola di Dio concretamente al centro assoluto di tutto, perché essa sia non solo un punto di partenza, ma anche il nutrimento della propria vita per potersi trasformare semplicemente in irradiazione della Parola di Dio. lampadeA questo punto l’itinerario diventa molto pratico. Ha abbandonato tutto per il Signore, non perché con le sue capacita sia arrivata a questa decisione, ma perché è stata amata e ha permesso all’amore di essere fecondo in lei. A differenza di chi non tiene conto di questo itinerario e continua ad avere fiducia nelle proprie capacità, nelle proprie realizzazioni umane, il consacrato abbandona tutto, per mettersi unicamente alla disposizione della Parola accolta, ricevuta con gioia, custodita, protetta difesa, Parola che ha tutto lo spazio che le spetta per poter crescere, questo costituisce la sua ragione d’essere.

            L’ascolto della Parola ha infatti come prima caratteristica quella di trafiggere il cuore, come un suono che fa vibrare le parti più intime della persona, e la trasforma in profondità. È assolutamente importante riconoscere che il primo a parlare nella preghiera è sempre Dio, il primato spetta a Lui. É Lui che ci aspetta e dunque, perché si possa parlare di autentica esperienza di preghiera, si deve coltivare un ascolto più fedele, sensibile, il più delicato possibile per poter capire bene cosa ci chiede e potergli rispondere prontamente con la massima generosità. La scoperta di poter conoscere il cuore di Dio nelle Parole di Dio trasforma l’incontro in un inizio di vita nuova. Se uno si rende conto che nell’incontro ha trovato ciò che da sempre ha desiderato è disposto a lasciare davvero tutto per appropriarsi di questo tesoro[1]. La vita consacrata è frutto di questo incontro.

Sr Marcela

[1] Cf. J. M. Alday, I consacrati esegesi vivente della Parola, Ancora, Milano 2009, 117.


In cammino verso la comunioneDSC_0185

L’amore è la chiave della comunione, ma come va vissuto affinché ci porti alla comunione?[1] Oltre ai trattati distintivi dell’amore cristiano che è universali, libero, gratuito e basato sul servizio, l’amore che Dio riversa nei nostri cuori è l’amore di Colui che ama per primo con gratuità e senza aspettare di essere riamato. In Lumen fidei viene giustamente rilevato che la verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo. È una presenza di amore che conquista e ingrandisce il cuore del consacrato, lo rende certo che è stato “amato di amore eterno” (Ger 31, 3). Gli fa sperimentare l’urgenza di rispondere con un amore incondizionato. Questo amore sovrabbondante, questo dono totale della vita, ritenuto un spreco, si fa annuncio come nell’unzione di Betania: è da questa vita versata senza risparmio che si diffonde un profumo che riempie tutta la casa. La casa di Dio, la Chiesa. Quello che agli occhi degli uomini può apparire come un spreco, per la persona coinvolta nel segreto del cuore dalla bellezza e dalla bontà del Signore è un’ovvia risposta d’amore.

Sr Cleia

Per leggere la Tesi di Sr Cleia

[1] Cfr. C. G. Andrade, Un cuore solo e un’anima sola. Consacrati in comunità, San Paolo, Milano 2015, p. 102.

Ascolto nella chiamata

In un primo momento possiamo parlare di un ascolto sensoriale, ma l’ascolto non è limitato ai sensi, ascoltare significa anzitutto disporsi a fare quello che si è compresso, disposizione al servizio. Il terzo aspetto dell’ascolto è il dono, l’ascolto del cuore.Ascoltare è mettersi a servizioUn servizio che viene dal di dentro, dall’ascolto interiore delle ragioni del mio cuore, lì dove si avverte la voce di Dio. L’ascolto se è vero non può che mettermi a disposizioni degli altri, e servendo loro io realizzo il disegno di Dio su di me.Missione ArgentinaAscoltare è donarsi

E’ un ascolto ben più profondo, l’ascolto di Dio che mi chiama come un padre che mi ama di amore infinito. Donarsi a Dio significa consegnarsi nella se mani, dire: “eccomi, usami come vuoi”, non appartenersi più. Questo ascolto del cuore è la sostanza della nostra consacrazione a Dio, l’incontro sponsale con l’Amato del cuore. Il vero ascolto non ci lascia mai fermi, è fatto di attenzioni e di gesti che si concretizzano in un servizio aperto, generoso e disinteressato, fino al punto di essere capaci di dare tutto noi stessi in dono totale a Dio nella consacrazione.

Suor Idania

La gioia di donarsi

Ogni individuo è chiamato ad individuare il suo campo di azione per rendersi utile al prossimo. Ci si accorge, talvolta, che la gioia si nasconde laddove non l’avremmo mai immaginato. Dalle gioie semplici, dai piccoli gesti d’amore verso i fratelli si perviene alla vera sorgente della felicità: Cristo Gesù!

5.2.1.12Siate liete figlie mie

La dolcezza e l’affabilità, dipinte sui lineamenti del volto del padre Tezza rendevano gradevole la sua compagnia e ricercata la sua amicizia. La gioia diviene per lui la caratteristica che lo distinguerà nella vita, anche quando nel suo apostolato dovrà soffrire accetterà le prove in perfetta letizia.

La profondità dell’uomo

La felicità è funzione di un amore intenso che riporta l’uomo a Dio nella forma di un’adesione totale che fa dimenticare tutto il resto. Tale approdo in Dio conferisce stabilità, sicurezza, pace che nessuna tempesta può scalfire o compromettere e anche la forza dinamica e attiva di un principio di trasformazione: “i mali si mutano in gioie senza eguali”. Per questo il padre Tezza diceva continuamente alle sue figlie: “Statemi allegre nel Signore  e siate tutte sue.”

Suor Annie

Per leggere tutto l’articolo di Suor Annie

La gioia in corsia

Il sorriso rende le persone più attraenti, vitali e giovani; è sempre consigliabile e mai controindicato. Anche in un ambiente di sofferenza, di dolore e anche di morte che richiede rispetto, compassione e silenzio. Perché il sorriso, tante volte, allenta le tensioni, permette di sdrammatizzare il mondo del dolore, reinterpretandolo, ridimensionandolo; permette la creazione di strategie di coping efficace, rende la persona aperta, ottimista, accogliente, trasmettitrice di fiducia. OLYMPUS DIGITAL CAMERATale atteggiamento da parte dell’infermiere è pure uno stimolo per il paziente che vi può prendere le ragioni della speranza che incidono sul suo processo di guarigione se non sul miglioramento della qualità di vita. L’infermiere come esperto della cura della persona in senso olistico ha il dovere di elargire a tutti senza riserve, questo analgesico endogeno. L’infermiere che sorride a un paziente gli trasmette fiducia e sicurezza. È apodittico, infatti, che non si può sorridere a qualcuno o ridere con lei ed essere contro di lui. Sorridere a qualcuno è dirle: “Ti capisco, sto con te!”

Suor Patrizia

Per leggere tutto l’articolo di Suor Patrizia

La sete di verità

La sete di verità, si manifesta nella ricerca del senso della vita; l’uomo infatti ha l’idea di una vita diversa da quella che si trova a vivere; tuttavia egli non si arrende al fatto che, malgrado gli sforzi, tutto continui a rimanere uguale, intuisce che ciò che cerca ha sicuramente la sua sorgente. In sostanza, l’uomo vuole la verità di se stesso e di tutto ciò che è attorno a sé. A questo punto inizia il suo ‘esodo’, la sua instancabile ricerca.

5.1La sofferenza poi non ha mai lasciato fermo l’uomo, lo mette alle strette, le snocciola davanti i suoi vecchi interrogativi fin lì soffocati facendo emerge con prepotente insistenza una pressante necessità di senso che costringe l’uomo a ripensare la propria vita. L’uomo ha l’idea di una vita diversa, rispetto alla sofferenza, al dolore, al male e alla morte. Intuisce che la sua vita deve avere un senso, perché non può non essere vero quel desiderio di felicità. La sofferenza si rivela allora come una possibilità per scoprire, la verità di se stesso e la verità di Dio, come suo fondamento, senza il quale egli non si comprende e non trova pace.

Dio va sempre oltre le attese del pensiero umano. Dio manifesta la sua perfezione nelle «imperfezioni che per amor nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani sono altrettanto luoghi dove egli mostra il suo amore perfetto fino alla consumazione totale del dono».[1] La verità di Dio è che Egli è amore. Questo amore ci è stato rivelato in Gesù Cristo, attraverso di lui l’uomo è stato raggiunto e nulla vi è in lui che non sia redento, è lui «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).

Sr Mirelly

Per leggere la Tesi di Sr Mirely

[1] B. Forte, Apologia del dolore innocente, in Aa.Vv, Il dolore innocente, Ancora, Milano 1999, p.101.

Anche oggi si può incontrare Gesù!

P1100726Camillo ha scoperto il volto di Dio nel volto del malato, della persona sofferente. Al  momento di questa scoperta nell’animo di ogni persona cambia qualcosa perché questa mistica è un motore che rinnova la vita. Sulla croce, Gesù più che mai si schiera dalla parte dei deboli, dei malati, dei poveri. Sulla croce egli non è solo accanto alle malattie o al di sopra di esse, è dentro di esse, le conosce e le vive in ciascuno dei malti, avendo percorso la via della sofferenza fino alla fine, fino alla risurrezione! Allora i malati saranno i primi e più efficaci evangelizzatori della speranza cristiana nel mondo della salute, OLYMPUS DIGITAL CAMERAquando saranno stati conquistati dalla verità che non sono invitati da Dio soltanto ad unire il proprio dolore con la persona di Cristo, ma anche a trasmettere agli altri la forza del rinnovamento e la gioia di Cristo risuscitato. Nel mondo della sofferenza la Parola di Dio diventa luce nella notte del dolore e sostiene la speranza di quanti sono associati alla croce di Cristo.

 Suor Edyta

Per leggere tutto l’articolo di Suor Edyta


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