Nelle Sue mani

 

Piccola orfana[i], di gracile costituzione fisica, timida, piuttosto silenziosa e timorosa, di carattere buono, mite, e allo stesso tempo riflessiva, attraente, gioviale, allegra, vivace, che coinvolge le coetanee al bene, costante, attiva, fervorosa, pia, raccolta, delicata di coscienza. E’ la creatura che Dio ha scelto per l’opera sua ed essa si lascia condurre docilmente, abbandonandosi con fiducia al Signore che segna i tempi e i momenti. «Il Signore esalta l’umile e sempre si serve del poco per operare cose grandi» – dirà.

Se ciò è vero dobbiamo concludere  che tutta la vita della madre Giuseppina non è stata altro che la trasparente manifestazione di questa predilezione di Dio per i semplici, per gli umili di cuore. Essa diceva che «la fondazione era una pianticella che apparteneva completamente al Signore; essa non vi aveva messo nulla, ed Egli avrebbe provveduto da sé a farla germogliare. Ci raccomandava di non perderci di coraggio, poiché una suora può più di quello che crede quando opera sotto gli occhi di Dio, fidando nel suo aiuto». Così faceva Lei, viveva continuamente alla presenza di Dio, sempre pronta al servizio, lieta, serena, anche nelle tribolazioni, tranquilla per l’assoluta confidenza che aveva nel Signore.

L’umiltà si manifestò in lei come semplicità di comportamento, come linearità, come disponibilità in tutto e verso tutti. Accettava con semplicità, quasi con naturalezza di sobbarcarsi i servizi più umili, condividendo con le sue consorelle il disagio per le incombenze più faticose. «Più di una volta ho visto la Madre dedita al lavaggio delle stoviglie ed occupata in uffici bassi dandoci l’esempio di fare con amore gli uffici, anche i più umili e bassi. Ricordatevi – diceva sovente – che tutto è grande nella casa di Dio e bisogna fare con perfezione le più piccole cose come le più grandi»[ii].

L’umiltà è grandezza

Madre Giuseppina diceva che «l’umiltà è la grandezza di un anima retta, che gode ed ama ciò che è vero, anche quando questo vero l’umilia».

Raccomandava comportamenti semplici e umili alle suore, soprattutto alle superiore in mezzo alle sue consorelle. Ad una superiora scriveva: «Cerchi dunque d’essere una vera mamma, tenendo molto a tutte le piccole cose, con dolcezza, fermezza e bontà. Procuri di insegnare coll’esempio e così le parole porteranno il loro frutto». E Lei stessa dava l’esempio: aveva un profondo spirito di umiltà e stava in mezzo a noi senza incuterci soggezione, tanta era la sua amorevolezza. Non disdegnava i lavori umili tanto che a Cremona, essendo le suore occupate in varie mansioni, si mise essa stessa a spazzare la casa. Capitò in quell’occasione, un certo Dott. Ranieri che domandò di parlare con la superiora generale. Avendogli madre Giuseppina risposto che era lei, il Dottore rimase così edificato, da poter concludere che le nostre suore sarebbero state molto adatte per la sua clinica, se la loro Madre non disdegnava lavori umili.

Nelle esortazioni era solita raccomandare: «siate schiette e semplici». Con le sue giovani suore era sempre sorridente, sollecita, amorosa, mai stanca ed annoiata e suscitava così in loro questa semplicità e confidenza, una di loro ci confida: «ricordo che io entrai nella congregazione molto giovane, ed allora essa nel desiderio di studiarmi, mi invitò a portarle ogni sera alle 20 una bottiglia di acqua in camera. Io ero contentissima della confidenza che la Madre mi dava, sicché io parlavo, parlavo, senza accorgermi che la Madre mi stava studiando. Nel insegnarci il modo di vivere come religiose lo faceva con tanta delicatezza e bontà da non offenderci, anzi, il suo contegno e le sue parole aumentavano la nostra confidenza in lei». «Trattava tutte le suore in egual modo, con la stessa carità e affabilità e ciascuna di noi riteneva di essere la prediletta della Madre, era una donna veramente equilibrata e non eccedeva né in un senso né nell’altro. E fu questa una delle doti per cui si guadagnò l’affetto e la stima di tutte noi». «Madre Giuseppina era l’anima di tutto l’istituto e ci era di esempio nell’affrontare le difficoltà e nel superarle con animo ilare e tranquillo. Quando noi eravamo in angustia, essa era pronta a venirci vicino e a partecipare a tutte le nostre pene».

La grandezza di un anima retta

Sempre adorna di un gioviale sorriso madre Giuseppina spiccava per  la linearità della vita conformando sempre la sua volontà a quella di Dio. Madre Giuseppina si studiava di compiere la volontà del Signore e raccomandava a noi suore di essere tutte del Signore. Faceva meditare alle figlie il grande dono della vocazione. Essa stessa ruminava nel profondo del cuore, stupita e colma di riconoscenza, le meraviglie che il Signore le aveva concesso: «Essere docile strumento nelle mani dell’Onnipotente, conoscere il suo volere e perfettamente adempierlo, dedicarmi al suo servizio e far del bene in gran copia alle anime. Furono queste sempre le attrattive del mio cuore, l’oggetto delle preghiere, la ansietà dello spirito. Ma scorrevano gli anni, né luce facevasi nel mio interno: l’incertezza e l’ignoto possedevano l’anima mia… Esitazione e varie prove, consigli e dubbi si alternavano in quei giorni; l’amarezza e l’avvilimento tentarono di possedere il mio spirito… Nuovo Cenacolo mi raccolse per udir la voce dello Spirito: Dio mi ci condusse, Egli aveva scelto il suo tempo… Fu allora che ebbe vita il suo eterno disegno, la sua parola si adempì, il suo volere fu fatto… Luce si fece alla mia mente, trovò requie il mio spirito, il mio cuore fu pago, l’anima mia esultò nel Signore. Misteriosa forza entrò in me, e mi rese a tutto disposta: io avevo trovata la mia vita…».

Sì, a cinquant’anni tutto era ormai chiaro, ed essa lo cantava insieme alle sue figlie. Per una persona limpida, man mano che ci si avvicina al compimento, il mistero della vita si chiarifica progressivamente, e la persona arriva ad avere una visione sempre più  piena e, diremmo, riassuntiva della sua vocazione, cioè di quel disegno di amore che, da sempre, Dio ha su di lei e che ha inizio con la chiamata.

Amare la verità

Donna disponibile a tutti, dimentica di sé, umile e silenziosa, che migliorava in profondità di giorno in giorno. Una assenza traboccante della sua tenerezza.

Avendo perso il padre a 3 anni e subito dopo la mamma, a sette anni si sgretola il suo nido e viene separata dai suoi fratellini e portata ad un orfanotrofio insieme ad altre bambine che provate da diverse tragedie non le risparmiavano beffe ed amarezze… Tutto questo logorò in profondità la sua salute, sulla quale non poté mai più fare affidamento…  era come una navicella alla deriva e Lei stessa scriverà di getto con immagini così intense e dense di significati esperienziali: «Parecchie volte il cuore dell’uomo è come un mare in tempesta, urtato da tutti i lati; ma ciò non deve spaventarci e farci indietreggiare, che chi alla più fiera tempesta del mare in un baleno fa succedere la calma e la serenità, può certamente ridonare fiducia ad un cuore che non si lascia sgomentare da veruna difficoltà»[iii].

La vita le scava dentro una voragine e la sua semplicità interiore la rende spazio di accoglienza …e Dio, nel momento da Lui desiderato e da Lei serenamente atteso, la riempie teneramente rendendola madre che accoglie con delicate premure e gesti di amore i feriti della vita, le persone anziane per prima e poi le bambine abbandonate, i poveri bisognosi di cure, per avvolgerli di quella tenerezza e misericordia di Dio di cui era stata oggetto e resa strumento. Servendo i poveri infermi, la distingueva la singolare attenzione alle piccole cose, la cura dei particolari, le sfumature dell’assistenza: le imboccava in ginocchio, si intratteneva con essi e tutti la consideravano come una mamma, consolati del suo sorriso soave e della sua amorevolezza. Sì! «nulla è piccolo davanti al Signore, specialmente allorché si opera con grande amore a Lui».

Nella misericordia Giuseppina trova la ragione, il senso e il contenuto della sua vita; nel raccontarcela ella non fa altro che rivelarci come questo amore diventi storia, la sua storia, come la modelli e la costruisca, le dia contenuto e la conduca a pienezza. Un amore che cresce sempre più, fino ad aprirsi e come a confondersi con gli orizzonti dell’oceano della misericordia. Così la misericordia diventa la chiave di interpretazione della sua vita, il suo inizio, il suo contenuto e la sua sintesi conclusiva. Fatta per essere amata, ripiena di amore, essa è ugualmente fatta per amare , e in un modo così totale ed assoluto da trasformarsi.

Questa fiducia, questo abbandono nell’infinita misericordia di Dio, necessita soltanto della consapevolezza chiara e serena della propria definitiva impotenza e povertà. Ciò che le è impossibile se dovesse fare leva, anche solo in parte, su di sé, diventa invece possibile se lo si affida esclusivamente a Dio. La sua verità interiore il suo essere così fragile non è un impedimento, ma un vantaggio.

Parlando della nostra Congregazione essa dirà che non è opera sua ma opera di Dio, e perciò Egli si trova nell’obbligo di sostenerla. Soleva dire: «Povera opera mia si fosse solo mia o se dovesse posare sulle mie braccia; fortuna che posa sulle braccia di Dio».

Parlava ed operava ricordando sempre di essere alla presenza di Dio, aveva un pensiero interiore che costituiva il suo respiro, il suo essere continuamente in preghiera: «Confido in voi, sono nelle vostre mani». Lo suggeriva anche alle sue figlie di sussurrare interiormente: «Cuor di Gesù, ho confidenza in voi».

[i] Cf. Romana canonizationis Servæ Dei Iosephinæ Vannini. Relatio et vota congressus peculiaris super virtutibus, Roma 1991. I numeri fra parentesi nel testo si riferiscono alle pagine di questo documento della Congregazione della Causa dei Santi.

[ii]1896 Memorie della V. Madre  1910” in Brazzarola B., Fondazioni dal 1892 al 1909, Grottaferrata 1983, p. 374.

[iii] Brazzarola B., I primi trentatré anni di vita della madre Giuseppina Vannini, Grottaferrata 1982, p.